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Violenza

Filosofia → Filosofia politica e morale → Concetto trasversale


Posta in gioco globale La violenza è il punto cieco di ogni pensiero politico: allo stesso tempo ciò che l’ordine sociale pretende di sopprimere (la legge contro la forza bruta) e ciò su cui si fonda (lo Stato monopolizza la coercizione legittima). Pensare la violenza significa affrontare una questione irrisolvibile: può essere legittima? Esiste una violenza fondatrice del diritto, e dunque una zona in cui forza e giustizia si confondono? La posta in gioco non è solo descrittiva (che cos’è la violenza?) ma normativa (quando, semmai, è giustificabile?) — questione decisiva per la guerra, la rivoluzione, la pena, e persino la rappresentazione artistica dell’orrore.

Storia del concetto

Antichità — la forza e la città Per i Greci, la bia (violenza bruta) si oppone alla peithô (persuasione) e alla dikè (giustizia). Platone (La Repubblica, IV secolo a.C.) fonda la città giusta sulla ragione che deve dominare la parte “timica” (collerica) dell’anima: la violenza vi è il segno di un difetto di logos. Contestato da Machiavelli (Il Principe, 1513), per cui il principe deve saper “essere volpe e leone”: la forza non è un difetto della politica ma uno dei suoi strumenti necessari.

Modernità — il monopolio e il contratto

  • Hobbes (Leviatano, 1651): nello stato di natura, la guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes) rende la vita “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”; il contratto sociale trasferisce la violenza di ciascuno a un sovrano. Contestato da Rousseau (Il contratto sociale, 1762), per cui lo stato di natura non è violento ma pacifico — è la società e la proprietà a creare la violenza, non il contrario.
  • Max Weber (Il lavoro intellettuale come professione / Wissenschaft als Beruf e Politik als Beruf, 1919): lo Stato è “la comunità umana che rivendica con successo il monopolio della violenza fisica legittima su un dato territorio”. Contestato da Pierre Clastres (La società contro lo Stato, 1974): le società amerindie senza Stato dimostrano che un ordine sociale può reggersi senza monopolio della violenza — il potere non è necessariamente coercitivo.

XX secolo — la critica radicale

  • Walter Benjamin, Per la critica della violenza (1921): distingue la violenza fondatrice di diritto (che instaura un ordine) e conservatrice di diritto (la polizia, che lo mantiene); ogni legge nasce da un atto violento che essa maschera. Contestato da Jürgen Habermas (Teoria dell’agire comunicativo, 1981), per cui la legittimità può nascere dalla discussione razionale (l’“agire comunicativo”), e non da una violenza originaria occultata.
  • Hannah Arendt, Sulla violenza (1970): la violenza NON è il potere, ne è l’opposto; il potere nasce dall’azione concertata, la violenza sorge quando il potere crolla. Contestata da Frantz Fanon (I dannati della terra, 1961, anteriore ma preso di mira da Arendt): la violenza anticoloniale è al contrario creatrice, “disaliena” il colonizzato e fonda un popolo nuovo.

Tesi principali

1. La violenza è ciò che l’ordine legittimo confisca (Weber) Lo Stato non sopprime la violenza: se ne riserva l’esercizio esclusivo; ogni violenza privata diventa “crimine”, ogni violenza di Stato diventa “forza pubblica”.

  • Esempio: la Rivoluzione francese fa passare la giustizia dal privato (vendetta, duello) al pubblico. L’abolizione delle giustizie signorili (1789) e l’istituzione della ghigliottina (1792) illustrano la centralizzazione weberiana — solo lo Stato uccide ormai, e “legalmente”.
  • Contraddittore: Foucault (Sorvegliare e punire, 1975) sposta la tesi — il potere moderno abbandona proprio il supplizio spettacolare per una disciplina diffusa; la violenza si fa sorveglianza, non esecuzione.

2. Il potere e la violenza si escludono (Arendt) Là dove regna la violenza pura (terrore, tirannia), il potere politico è già scomparso; un regime che si regge solo sulla forza ha perso la sua legittimità.

  • Esempio: la Primavera di Praga (1968) — i carri armati sovietici schiacciano la riforma ma non producono alcuna adesione; il regime regge sulla sola forza fino al suo crollo senza violenza rilevante (caduta del Muro, 9 novembre 1989), prova che il potere aveva già cessato di esistere nelle teste.
  • Contraddittore: Mao Zedong (“il potere nasce dalla canna del fucile”, 1938) — tesi esattamente opposta, assunta: è la violenza armata che fonda e garantisce il potere politico.

3. Esiste una violenza fondatrice mascherata (Benjamin) Ogni ordine giuridico si fonda su un atto di violenza originaria (conquista, rivoluzione) che il diritto, una volta stabilito, dichiara illegittima negli altri.

  • Esempio: l’unificazione tedesca attraverso “il ferro e il sangue” di Bismarck (1871) iscrive nell’atto di nascita dell’Impero una violenza che il suo diritto successivo condannerà nei secessionisti.
  • Contraddittore: John Rawls (Una teoria della giustizia, 1971) — la legittimità di un ordine non dipende dalla sua origine (violenta o meno) ma dalla sua conformità a principi che agenti razionali sceglierebbero sotto il “velo di ignoranza”.

Violenza e rappresentazione La questione morale si sposta all’immagine: filmare Omaha Beach (Salvate il soldato Ryan, 1998) senza estetizzare l’orrore pone il problema del dovere di testimonianza — mostrare la violenza educa o anestetizza? (vedi Spielberg — Il Cinema della Meraviglia e della Memoria). Contraddittore: Susan Sontag (Davanti al dolore degli altri, 2003) dubita che l’immagine dell’atrocità produca compassione — può altrettanto bene anestetizzare lo spettatore saturo.

Sfumatura critica Ridurre la violenza alla sola violenza fisica (Weber, Arendt) lascia da parte la violenza simbolica (Bourdieu, Il dominio maschile, 1998): la dominazione interiorizzata, che non ha bisogno di colpi. Johan Galtung (Violence, Peace and Peace Research, 1969) distingue la violenza diretta (il colpo), strutturale (le disuguaglianze che uccidono senza un carnefice identificabile) e culturale (ciò che legittima le prime due). Il confine della “violenza” è esso stesso una posta in gioco di lotta.

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