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Il Femminismo


1. Definizione e perimetro

Il femminismo designa l’insieme dei movimenti sociali e dei corpi teorici che affermano che 1/ nella società la posizione delle donne è subordinata rispetto a quella degli uomini, e 2/ la posizione subordinata delle donne non è un fatto di natura ma un rapporto di potere, e che cercano di modificarlo. È una definizione minima, e volutamente: al di là di essa, i disaccordi iniziano immediatamente.

Vanno subito dissipati due equivoci. Anzitutto, il femminismo non è una dottrina unificata ma una famiglia di correnti spesso in conflitto aperto — liberale, marxista, radicale, materialista, differenzialista, intersezionale, ecofemminista — che non concordano né sulla causa della dominazione, né sul soggetto che difendono, né sui mezzi. Inoltre, la parola stessa è tardiva: appare in francese solo negli anni 1870-1890, ed è dapprima impiegata come un insulto, in origine in senso medico (un uomo “femminilizzato”). Le donne che scrivevano nel XVIII secolo non si dicevano femministe; l’etichetta è stata loro applicata retrospettivamente, il che è già un’operazione storiografica.

Il termine “patriarcato” richiede la stessa prudenza. In antropologia, designa un sistema di filiazione e di autorità domestica preciso. Nell’uso militante, designa l’insieme dei meccanismi di dominazione maschile. I due sensi coesistono, e la confusione tra i due alimenta molti dialoghi tra sordi: si può perfettamente sostenere che esiste una dominazione maschile sistemica senza sottoscrivere l’idea di un “sistema patriarcale” coerente e intenzionale.


2. Le origini (prima delle “ondate”)

Il ragionamento femminista precede di gran lunga la parola. Christine de Pizan scrive La città delle dame nel 1405 per confutare, uno per uno, gli argomenti misogini dei chierici del suo tempo. Poulain de la Barre pubblica nel 1673 Dell’uguaglianza dei due sessi, dove applica il metodo cartesiano alla questione ed enuncia una frase che resterà: “la mente non ha sesso”. Il suo argomento è metodologico prima che politico: ciò che crediamo di sapere sulle donne, l’abbiamo appreso da uomini che avevano interesse a che fosse vero — è dunque un pregiudizio, nel senso esatto che Cartesio dà a questa parola.

La Rivoluzione francese costituisce uno snodo, e una delusione. Olympe de Gouges pubblica nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, calco letterale del testo del 1789, il cui articolo X contiene una formula rimasta celebre: “la donna ha il diritto di salire sul patibolo; deve avere ugualmente quello di salire sulla tribuna”. Viene ghigliottinata nel 1793. Condorcet, nel 1790, aveva difeso l’ammissione delle donne al diritto di cittadinanza in termini puramente logici: o i diritti derivano dalla qualità di essere senziente e razionale, e allora le donne li hanno; oppure non ne derivano, e allora nessuno li ha. Non fu seguito. Mary Wollstonecraft pubblica dal canto suo, nel 1792, A Vindication of the Rights of Woman.

Il fatto da ricordare è che la Rivoluzione, che fonda l’universalismo dei diritti, esclude esplicitamente le donne dalla cittadinanza attiva. Il Codice civile del 1804 aggrava la situazione ponendo la donna sposata sotto incapacità giuridica. L’emancipazione moderna nasce dunque, in Francia, da una promessa di universalità che è stata formulata e ritirata nello stesso movimento — il che spiega la struttura di tutti gli argomenti femministi successivi: non chiedono un diritto nuovo, chiedono l’applicazione di un principio già proclamato.


3. La suddivisione in ondate

Lo schema delle “ondate” è uno strumento di comodo, forgiato retrospettivamente (l’espressione “second wave” è impiegata da Martha Weinman Lear nel 1968). È utile ed è fuorviante; vi si tornerà al §7.

Prima ondata (anni 1840 – 1945): il diritto

Oggetto: l’uguaglianza giuridica e politica. Il diritto di voto, l’accesso all’istruzione e alle professioni, il diritto di disporre del proprio salario e dei propri beni, la capacità giuridica della donna sposata.

Punti di riferimento. La convenzione di Seneca Falls (Stati Uniti, 1848) produce una Declaration of Sentiments anch’essa calcata sulla Dichiarazione d’indipendenza. In Gran Bretagna, le suffragiste (costituzionaliste, Millicent Fawcett) e le suffragette (militanti, Emmeline Pankhurst) si distinguono per il metodo: queste ultime praticano l’azione diretta — rottura di vetrine, incendi, scioperi della fame in carcere ai quali lo Stato risponde con l’alimentazione forzata. Emily Davison muore nel 1913 sotto il cavallo del re durante il Derby di Epsom. John Stuart Mill pubblica L’asservimento delle donne nel 1869.

Cronologia del diritto di voto: Nuova Zelanda 1893 (primo paese), Finlandia 1906, Russia 1917, Regno Unito 1918 (con condizioni di età e di proprietà; suffragio paritario nel 1928), Stati Uniti 1920, Francia 1944 — ordinanza del 21 aprile, primo voto effettivo nell’aprile 1945. Il ritardo francese è notevole e si spiega in parte con una ragione che non ha nulla di femminista: una parte della sinistra radicale e anticlericale temeva che le donne, ritenute più vicine alla Chiesa, votassero a destra. È un caso netto in cui un interesse politico di breve termine ha bloccato un principio.

In Francia, la legge del 13 luglio 1965 pone fine all’obbligo, per una donna sposata, di ottenere l’autorizzazione del marito per esercitare una professione e aprire un conto bancario. Il fatto è spesso mal datato: la piena capacità giuridica della donna sposata è posteriore di vent’anni al diritto di voto.

Seconda ondata (anni 1960 – 1980): il corpo e il privato

Oggetto: ciò che il diritto non toccava. La contraccezione, l’aborto, la sessualità, lo stupro, le violenze coniugali, la divisione del lavoro domestico.

La parola d’ordine è “il privato è politico” (formula resa popolare da Carol Hanisch, 1969). La sua tesi è precisa: ciò che accade in cucina, nel letto e nella camera dei bambini non è una questione di temperamenti individuali, ma un’organizzazione sociale — dunque un oggetto politico legittimo.

Il testo fondatore è Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949), la cui frase — “Donna non si nasce: lo si diventa” — dissocia il sesso biologico dal destino sociale. Ne trae due conseguenze che il libro sviluppa: la donna è costituita come “l’Altro” rispetto a un maschile posto come neutro e universale; e la sua condizione non è un’essenza ma una situazione, dunque modificabile. Betty Friedan (La mistica della femminilità, 1963) innesca l’ondata americana nominando “il malessere senza nome” delle casalinghe laureate.

Conquiste in Francia: legge Neuwirth sulla contraccezione (1967, decreti attuativi solo nel 1972); manifesto delle 343 (1971); processo di Bobigny (1972, Gisèle Halimi); legge Veil che legalizza l’IVG (17 gennaio 1975, votata a titolo provvisorio per cinque anni, definitiva nel 1979); legge del 1980 che definisce lo stupro e ne fa un crimine; abbandono della nozione di “capofamiglia” (1970); divorzio consensuale (1975). Lo stupro coniugale è riconosciuto dalla Corte di cassazione solo nel 1990 e iscritto nella legge nel 1992.

È anche l’ondata delle scissioni. In Francia, il MLF si spacca rapidamente tra la tendenza “Psicanalisi e Politica” (Antoinette Fouque), la tendenza lotta di classe, e la tendenza femminista radicale/materialista (Christine Delphy, Monique Wittig, la rivista Questions féministes). Il disaccordo non riguarda l’obiettivo ma la causa: la dominazione viene dal capitalismo, dalla cultura, dal linguaggio, o da un rapporto di sfruttamento autonomo?

Terza ondata (anni 1990): la pluralità delle donne

Oggetto: il soggetto stesso del femminismo. Chi è questa “donna” in nome della quale si parla?

La constatazione, formulata dapprima da femministe nere americane, è che il femminismo delle prime due ondate ha assunto come universale un’esperienza particolare: quella della donna bianca, occidentale, eterosessuale e di classe media. Il Combahee River Collective Statement (1977) lo enuncia, bell hooks e Angela Davis lo sviluppano nel 1981, Kimberlé Crenshaw forgia il concetto di intersezionalità nel 1989 a partire da un caso giurisprudenziale (DeGraffenreid v. General Motors, 1976: cinque donne nere respinte perché l’azienda impiegava donne — bianche — e Neri — uomini; la discriminazione era reale e giuridicamente invisibile). Vedi Intersectionnalité — Féminisme, Race et Queer per il dettaglio.

Parallelamente, Judith Butler (Questioni di genere, 1990) sposta la questione: il genere non è un’identità ma una pratica ripetuta sotto vincolo (la “performatività”), e il sesso stesso è una categoria costruita dai discorsi che pretendono di descriverlo. Questa tesi apre una difficoltà che il femminismo non ha risolto da allora: se “donna” è una costruzione, in nome di chi si lotta?

La terza ondata è anche quella del “femminismo pro-sesso”, che rompe con la linea antipornografica dell’ondata precedente (Andrea Dworkin, Catharine MacKinnon) e rifiuta di trattare la sessualità unicamente sotto l’angolo del pericolo.

Quarta ondata (anni 2010 –): la visibilità e il digitale

Oggetto: le violenze sessuali e le molestie, con veicolo i social network. #MeToo (la parola è di Tarana Burke, 2006; la sua diffusione mondiale risale all’ottobre 2017, dopo il caso Weinstein; #BalanceTonPorc in Francia).

Il meccanismo è nuovo, ed è ciò che la definisce: la messa in serie pubblica di testimonianze individuali trasforma una somma di fatti privati in un fatto sociale visibile. Ciò che il movimento produce non è una legge ma una modifica della soglia di tolleranza e dell’onere della prova sociale — il che è al tempo stesso la sua forza e il cuore delle obiezioni che gli vengono rivolte.


4. Le grandi correnti e le loro tesi (il disaccordo riguarda la causa)

Femminismo liberale / egualitario. La dominazione è un deficit di uguaglianza di diritti e di opportunità. Il rimedio è giuridico e istituzionale: leggi antidiscriminazione, parità, uguaglianza salariale, accesso alle posizioni. Soggetto: l’individuo. Obiezione principale che gli viene rivolta: cura i sintomi, lascia intatte le strutture (divisione del lavoro domestico, mercato del lavoro), e il suo successo giova soprattutto alle donne già dotate.

Femminismo marxista / socialista. La subordinazione delle donne è un effetto del capitalismo, che ha bisogno di un lavoro riproduttivo gratuito (Engels, L’origine della famiglia, 1884). Il rimedio passa attraverso la trasformazione del modo di produzione. La campagna Wages for Housework (Federici, Dalla Costa, anni 1970) porta l’argomento alla sua conseguenza: il lavoro domestico è lavoro, produce la forza lavoro, deve dunque essere contabilizzato. Obiezione: la storia mostra che le società socialiste non hanno abolito la dominazione maschile; la variabile “capitalismo” è dunque insufficiente.

Femminismo radicale. La dominazione maschile è un sistema autonomo, anteriore al capitalismo e irriducibile ad esso. Si esercita anzitutto sui corpi: sessualità, riproduzione, violenza (Kate Millett, Sexual Politics, 1970; Shulamith Firestone). Obiezione: il rischio di un universalismo astratto — “le donne” come classe omogenea —, esattamente ciò che la terza ondata contesta.

Femminismo materialista (corrente francese). Delphy, Guillaumin, Wittig. “Le donne” non sono un gruppo naturale ma una classe sociale, definita dal rapporto di sfruttamento che la costituisce (l’appropriazione del lavoro domestico; ciò che Guillaumin chiama il “sexage”). Conseguenza logica tratta da Wittig: il genere scomparirà con il rapporto che lo produce; “le lesbiche non sono donne”, poiché la categoria “donna” ha senso solo nel contratto eterosessuale. È la corrente più rigorosamente costruttivista — e la più conflittuale con il differenzialismo.

Femminismo differenzialista. Esiste una specificità femminile (corporea, simbolica) che l’uguaglianza formale schiaccia; bisogna valorizzarla piuttosto che cancellarla (Luce Irigaray, Antoinette Fouque, la “scrittura femminile” di Hélène Cixous). Obiezione: è il ritorno dell’essenzialismo dalla porta della valorizzazione; assegnare una natura, anche lusinghiera, resta assegnare.

Femminismo intersezionale. Vedi §3 e la scheda dedicata.

Ecofemminismo. Lo sfruttamento della natura e quello delle donne procedono dalla stessa logica di messa a disposizione (Françoise d’Eaubonne, 1974; Vandana Shiva; Carolyn Merchant). Vedi L’Écoféminisme.


5. I fatti misurabili

Questa sezione ha una funzione precisa: i dibattiti sul femminismo girano spesso a vuoto perché i fatti non sono posti. Gli ordini di grandezza seguenti sono stabiliti e concordanti tra fonti.

Divario salariale (Francia, INSEE). Il divario di salario lordo a tempo pieno equivalente è di circa il 14-15 %; il divario di reddito salariale totale (che integra il tempo parziale) è di circa il 22-24 %. A parità di posizione, settore ed esperienza, il divario “inspiegato” residuo è dell’ordine del 4-5 %. La lettura corretta è dunque: la discriminazione salariale diretta è minoritaria nella cifra totale; l’essenziale del divario viene dalla segregazione professionale (le donne sono sovrarappresentate in settori meno remunerati) e dal tempo parziale. Il che sposta la questione senza dissolverla: resta da spiegare perché questi settori sono meno pagati, e chi assume il tempo parziale.

La “penalità di maternità”. È il risultato più solido dell’economia del genere degli ultimi vent’anni (Kleven, Landais, Søgaard, su dati danesi, 2019; riprodotto in una decina di paesi). Le traiettorie salariali di uomini e donne sono quasi parallele fino alla nascita del primo figlio, poi divergono bruscamente e non si ricongiungono più. La penalità a lungo termine è dell’ordine del 20 % in Danimarca, maggiore in Germania o nel Regno Unito, e spiega oggi la maggior parte del divario totale. L’evento causale identificato non è dunque né il diploma né la negoziazione: è il figlio — cioè una ripartizione sociale del lavoro parentale, che è modificabile.

Lavoro domestico. In Francia, le donne assicurano circa il 70 % dei compiti domestici e parentali; il divario si è ridotto lentamente dal 1985, e una parte della riduzione si spiega con la diminuzione del tempo dedicato dalle donne, non con l’aumento del tempo degli uomini.

Violenze (Francia). Dell’ordine di 100-120 femminicidi coniugali all’anno. Circa 94.000 donne maggiorenni dichiarano ogni anno di aver subito uno stupro o un tentativo di stupro (indagine Virage, INED). Il tasso di denuncia è basso e il tasso di condanna, rapportato al numero stimato di fatti, molto basso — è questa “attrizione” giudiziaria, più della legge stessa, ad essere oggi oggetto del dibattito.

Rappresentanza. La legge sulla parità (2000) ha trasformato gli scrutini di lista e molto meno gli scrutini uninominali — il che è una lezione di metodo: la regola produce il suo effetto là dove è vincolante, e da nessun’altra parte. La legge Copé-Zimmermann (2011) ha portato la quota di donne nei consigli di amministrazione del CAC 40 da circa il 10 % a oltre il 45 %; ma la quota di donne nei comitati esecutivi, non coperti dalla quota, è rimasta molto inferiore. Stessa lezione.


6. Le obiezioni e i dibattiti interni

L’obiezione naturalista. Una parte delle differenze osservate (scelte professionali, aggressività, interesse per le persone o per gli oggetti) avrebbe una base biologica. Bisogna distinguere due affermazioni. Che differenze medie esistano è in parte documentato; che spieghino i divari sociali osservati non lo è. Due fatti contraddicono la versione forte di questa tesi: da un lato, la varianza intra-sesso è enormemente superiore alla varianza inter-sessi, il che rende invalida ogni inferenza dalla media all’individuo; dall’altro, i divari variano fortemente da un paese all’altro e da un decennio all’altro, cosa che una causa biologica costante non può spiegare. Il “paradosso dell’uguaglianza di genere” (Stoet & Geary, 2018: i paesi più egualitari hanno meno donne nelle scienze) è regolarmente invocato contro il femminismo; è reale come correlazione, contestato nella sua misura, e la sua interpretazione causale è aperta — più spiegazioni concorrenti (tra cui spiegazioni puramente economiche) rendono conto degli stessi dati.

L’obiezione universalista, in Francia. Nominare i gruppi (donne, minoranze) equivarrebbe a convalidare le categorie che si pretende di combattere, e a sostituire al cittadino astratto un mosaico di identità. Risposta standard: l’universale astratto non è neutro, storicamente ha avuto un corpo — maschile, bianco, proprietario — e rifiutare di nominare una categoria non abolisce la discriminazione, solo la sua misura. Contro-risposta seria: nominare senza sosta un gruppo finisce per solidificarlo, e l’assegnazione è anch’essa un meccanismo di dominazione. Il dibattito non è risolto e non lo è perché contrappone due beni (uguaglianza formale, uguaglianza reale), non un bene a un male.

La critica di classe, formulata dall’interno. Nancy Fraser sostiene che il femminismo si è spostato dalla redistribuzione verso il riconoscimento, e che il neoliberismo se n’è accomodato senza difficoltà: il capitalismo non ha alcun problema con delle donne dirigenti, ne ha uno con il salario minimo. Il “femminismo dell’1 %” libera un’élite il cui benessere si fonda sul lavoro domestico sottopagato di altre donne, spesso migranti (la “catena globale della cura”, Arlie Hochschild). L’obiezione è solida; l’obiezione simmetrica lo è altrettanto: l’invocazione della sola classe è servita a lungo a rinviare indefinitamente le rivendicazioni delle donne in nome dell’unità dei lavoratori.

I conflitti interni aperti. (a) Prostituzione: abolizionismo (l’attività è di per sé una violenza; penalizzare il cliente — legge francese del 2016) contro la posizione detta pro-lavoro sessuale (la penalizzazione precarizza e rende invisibili le persone interessate). I dati empirici sono rivendicati da entrambi gli schieramenti e restano contestati. (b) Velo: la stessa libertà individuale è invocata per vietarlo e per permetterlo. © Pornografia, dagli anni 1980. (d) Trans: il conflitto più acceso oggi, tra una corrente detta “gender-critical” (se “donna” designa una classe fondata sul sesso e il suo sfruttamento, la categoria è definita dal sesso) e un femminismo trans-inclusivo. Entrambi gli schieramenti si richiamano alla stessa eredità — Beauvoir, Wittig, Delphy — e la leggono in senso opposto; si tratta di un disaccordo sulla definizione del soggetto politico, non sulla benevolenza.

L’obiezione della recuperazione. Il “femonazionalismo” (Sara Farris, 2017) designa l’uso del vocabolario femminista da parte di forze politiche che non lo sono mai state, quando si tratta di designare l’immigrazione. Il “femminismo di marca” (marketing, comunicazione aziendale) produce un effetto analogo: l’adesione verbale senza costo.

Le obiezioni rivolte a #MeToo. Il movimento sostituisce alla procedura giudiziaria un tribunale mediatico; la presunzione di innocenza vi è di fatto sospesa; la sanzione è priva di proporzionalità e di prescrizione. Risposta: la procedura giudiziaria falliva già massicciamente (tasso di attrizione), e un meccanismo extra-giudiziario appare là dove l’istituzione non svolge la sua funzione. Le due affermazioni possono essere vere simultaneamente — è precisamente ciò che rende difficile il dibattito.


7. La critica dello schema delle ondate

La suddivisione in ondate è uno strumento pedagogico di cui bisogna conoscere i difetti.

È angloamericano: si adatta male alla storia francese (dove la seconda ondata è anche una battaglia teorica sul materialismo, e dove la terza arriva tardivamente), e ancora meno a quella di altre aree. Suggerisce una progressione lineare, mentre gli oggetti ritornano (l’aborto è una conquista reversibile, come ha mostrato Dobbs v. Jackson negli Stati Uniti nel 2022, che ha annullato Roe v. Wade). Occulta i periodi vuoti e le continuità sotterranee. Implica che ogni ondata superi la precedente, mentre le ondate coesistono: il femminismo liberale, radicale e materialista sono tutti vivi oggi, e in disaccordo.

Infine, produce un effetto ottico sul passato: Christine de Pizan, Poulain de la Barre o Olympe de Gouges diventano “precursori” di un movimento che non esisteva, il che li rende illeggibili nel loro proprio contesto.


8. Ciò che il dibattito ha effettivamente stabilito

Tre proposizioni sono oggi oggetto di un ampio accordo, anche presso autori ostili al femminismo militante:

  1. La divisione sessuata del lavoro domestico e parentale è il principale meccanismo di produzione delle disuguaglianze professionali contemporanee nei paesi sviluppati. La causalità è identificata (l’evento “primo figlio”), il meccanismo è sociale, ed è dunque in linea di principio modificabile — attraverso i congedi parentali obbligatori e non trasferibili, la cui efficacia è il risultato empirico meglio stabilito della letteratura.
  2. L’uguaglianza formale in diritto è acquisita nelle democrazie occidentali e non basta. È una constatazione, non un’opinione: i divari persistono in quadri giuridici egualitari.
  3. Le conquiste sono reversibili. È l’insegnamento dell’ultimo decennio, e vale contro ogni filosofia della storia, femminista compresa.

E una proposizione resta aperta, che è il vero punto di disaccordo: bisogna rendere i sessi indifferenti (abolirli come categorie pertinenti), o rendere la differenza non penalizzante (mantenerli ed equipararli)? Tutta la struttura dei conflitti interni al femminismo si deduce da questa alternativa.


Dimensione simbolica

La questione del femminismo è un caso di scuola del problema più generale dell’universale. Il movimento è nato dalla constatazione che una dichiarazione universale dei diritti poteva escludere metà dell’umanità senza che i suoi autori vi vedessero una contraddizione. Ha poi fatto, su se stesso, la stessa scoperta: il proprio universale — “le donne” — escludeva a sua volta. Il gesto si è ripetuto una terza volta, quando la categoria “donna” stessa è stata contestata.

Ciò che emerge da questa serie non è un relativismo, ma un principio di metodo: ogni enunciato universale ha un punto di enunciazione, e questo punto è particolare. La conseguenza non è che si debba rinunciare all’universale — il movimento non ha mai fatto altro che esigerne l’applicazione — ma che nessuna formulazione dell’universale può credersi definitiva. Un movimento che lo dimenticasse diventerebbe ciò contro cui si è costituito.


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